Comune di Ari - Paese della Memoria

Dal Castrum alle Chiese rurali

...un castello in cima al colle



Tra il VII e l'VIII secolo assistiamo, anche in Abruzzo, alla fondazione di innumerevoli centri in posizioni più sicure e lontane dalle principali vie di comunicazione. Questo è ciò che accade ad Ari che, adattandosi alle caratteristiche morfologiche del colle su cui sorge, si sviluppa secondo una tipologia abbastanza ricorrente nel Medioevo: una formazione urbana lineare, costituita da un’edilizia minore, ancora ben conservata nella sua struttura originaria, la cui spina dorsale è il corso Galilei che si snoda fin sulla sommità del crinale sfociando nella piazza; su entrambi i lati del corso si aprono strettissimi vicoli con scorci suggestivi. Per proteggere il versante sud-est del centro storico, da frane e smottamenti, all’inizio del secolo fu realizzato il suggestivo muraglione, che cinge tutto il perimetro sud dell’abitato. Sulla piazza, fino a tempi recenti, si affacciavano gli edifici più rappresentativi del nucleo urbano: il palazzo-"castello" e la chiesa parrocchiale (oggi non più esistente). Non essendoci tracce di antiche mura difensive o di torri di avvistamento pare azzardata la definizione di castello in senso stretto.

La torre che affianca il portale di accesso al cortile, fu realizzata solo nel 1700 e successivamente soprelevata e coronata dagli attuali merli. Dunque l’edificio, mostra più verosimilmente i caratteri di palazzo nobiliare, che di castello difensivo.

Inoltre, l'originaria dedicazione della chiesa parrocchiale al Salvatore, ci lascia supporre che il primo nucleo urbano si formò o si consolidò sotto la dominazione Longobarda, anche se il più antico documento pergamenaceo che ci informa dell'esistenza di Ari risale al 1120, anno in cui il “castello” venne donato al vescovo Gerardo di Chieti.

Per quanto riguarda il nucleo originario del palazzo, dalla lettura delle tecniche costruttive utilizzate è possibile ipotizzare che i resti di un originario “castello” siano in parte inglobati nel blocco centrale, all’interno del cortile. Questo infatti, nel piano seminterrato, è costituito da un sistema di volte a crociera, testimonianza di un'epoca costruttiva tardo medievale.

A partire dal XVI secolo nel "castello" si avvicendano alcune famiglie facoltose abruzzesi come i De Vega, i De Palma, i Carafa, che ampliando il primitivo nucleo, danno origine a quel processo di aggregazione di corpi che contribuirà alla formazione dell’attuale complesso architettonico.

Dal 1577 al 1918 la storia di Ari si lega alla famiglia dei Ramignani. Questi, residenti a Chieti, dove ricoprono la carica di Camerlengo, utilizzano il palazzo di Ari esclusivamente come residenza estiva data la bellezza del paesaggio circostante su cui essa si affaccia, e la salubrità del clima. Pertanto, a partire dalla seconda metà del ‘500, vengono intrapresi una serie di radicali interventi finalizzati a trasformare l’antico edificio medievale in palazzo baronale, di gusto tardo rinascimentale. Nel '700 ormai il palazzo si è esteso fino a toccare la preesistente chiesa madre di San Salvatore, tanto che la Baronessa, in qualità di proprietaria del palazzo, fa aprire una “finestra-tribuna” nel muro comune tra le due costruzioni, per seguire le funzioni religiose direttamente dalle stanze della sua abitazione.

Tra il 1324 ed il 1325, la chiesa era certamente esistente, ma della sua pianta originaria non conosciamo né dimensioni né esatta ubicazione. A cominciare dagli anni '30 del ‘700 è proprio questo edificio a subire le maggiori trasformazioni passando dalla prima fabbrica, piuttosto piccola e quindi poco capiente ad accogliere fedeli, ad una seconda di 22x50 palmi napoletani, per ampliarsi nuovamente negli anni '70 raggiungendo le dimensioni definitive di 33x72 palmi. Infine l'intero complesso raggiunge, tra la seconda
metà del '700 e l'inizio dell'800, la sua forma compiuta, grazie all'addizione di un piccolo corpo, successivamente trasformato in torre merlata, ed alla realizzazione del portale che chiude definitivamente il cortile.

Alla fine del ‘700 una nobile famiglia di origini napoletane entra in possesso di parte del palazzo: la famiglia Nolli. Anche i Nolli, residenti a Roma, utilizzano il “palazzo-castello” come residenza estiva, trasformando i loro soggiorni in eventi particolarmente importanti per la storia di Ari. Infatti, nel primo ventennio del '900, il barone Mario Nolli, la sua nobile consorte, la baronessa Francie Picton Walow, e l’amico D’Alessandro, trasformeranno il paese in un piccolo cenacolo letterario capace di attrarre non solo artisti inglesi, ma personalità di spicco della letteratura e dell’arte italiana. Tra questi, oltre vari pittori inglesi ed olandesi, che amavano riprodurre su tela i pittoreschi paesaggi a cui il castello faceva da sfondo, spiccano i nomi di D'Annunzio e Pirandello. Quest'ultimo, probabilmente ospite nel palazzo, in una sua novella cita sia il paese, sia la cosiddetta "pensione inglese" descrivendola romanticamente come "…un castello in cima al colle".

La capacità attrattiva degli splendidi paesaggi, soprattutto autunnali, che da sempre hanno richiamato artisti e turisti, viene ben presto colta dalla famiglia Nolli, che utilizza la proprietà come “Pensione Anglo Italiana”. Purtroppo, durante la seconda guerra mondiale, i tedeschi in ritirata minano il campanile della chiesa di San Salvatore che, crollando, distrugge l'abside e la parte centrale della navata. Negli anni '50, il Genio Civile demolisce i resti della chiesa e tampona la facciata del palazzo mutilata, mentre il comune sfrutta il vuoto urbano per ampliare la piazza. Oggi, gli unici ambienti rimasti sulla piazza, testimonianza del complesso chiesa-palazzo, sono due alte stanze voltate a crociera, adibite un tempo a locali di servizio dell'edificio sacro e attualmente a locali commerciali; inoltre della chiesa rimane il muro di fondazione, a cui oggi si addossa la rampa carrabile di accesso alla piazza. Attualmente il “castello” si articola in tre corpi di fabbrica, architettonicamente connessi tra loro ma formalmente diversi, sia nelle altezze che nel disegno delle aperture. Il fronte sul giardino privato è scandito da una sequenza di finestre settecentesche le cui cornici, all’ultimo piano, riquadrano aperture a mezzanino.

Il prospetto verso la valle, presenta un ritmo meno regolare delle finestre che denuncia una maggiore sovrapposizione di epoche costruttive. È infatti ancora possibile leggere nella muratura, la presenza di aperture ad arco poi murate, di tracce della copertura del “trappeto” (frantoio) che un tempo si addossava all’edificio, di tracce delle finestre ovali di mezzanino e i resti di una mensola lapidea scolpita. Il palazzo, adibito oggi prevalentemente a funzione abitativa, in passato ha accolto anche varie attività economiche; oltre alla pensione inglese, infatti, da una minuziosa descrizione di metà ‘800 sappiamo che qui era collocata anche una “caldara” per la macerazione del mosto, numerose cantine, ed un frantoio.

Gli aresi, a sostituzione dell’antica chiesa, hanno ricostruito la parrocchia del SS. Salvatore sulla collina posta di fronte all’antico centro. L’attuale Chiesa con l’annesso campanile è stata terminata nel 1955, eretta con i fondi dei danni di guerra. La sua posizione è molto panoramica, anche grazie all’ampia scalinata che la precede. La sua struttura è basilicale, con l’interno a tre navate e transetto, abside poligonale e soffitto ad ampi cassettoni.

L’esterno, con bella facciata rivolta alla piazza, è costituito da una cortina continua di mattoni. L’interno si presenta ancora spoglio; le uniche opere d’arte presenti sono i dipinti dell’abside, raffiguranti il mistero pasquale di Cristo morto e risorto, eseguiti dall’artista Grazia Lazzarini nel 1986: opera che però male si inserisce nella struttura architettonica dell’edificio; sono da segnalare anche il rosone realizzato dalla Camper di Atri (2005) e, all’esterno, posto sopra il portale della facciata, il bel mosaico di Cristo Pantocratore (2006), opera di una giovanissima artista locale, Gaia Naccarella. Sono anche notevoli, all’interno le statue della vecchia chiesa, salvate fortunosamente durante la guerra, in particolare quella di S.Giovanni Battista, probabilmente opera di bottega napoletana del Settecento; essa prima era venerata nell’antichissima e omonima chiesa, ora scomparsa. Altra statua lignea degna di nota è quella presente nella chiesa della Madonna delle Grazie, risalente forse al 1300, proveniente dalla chiesa distrutta di Turri Marchi (scomparsa assieme all’abitato nel corso del 1500 a causa di una frana). La statua della Madonna con Bimbo fu collocata nella detta chiesa all’inizio del 1700; in pochi anni il culto crebbe moltissimo, sicché si decise di erigere una nuova chiesa, iniziata nel 1739 e finita dieci anni dopo.

Essa era stata magnificamente decorata con stucchi e pitture, dovuti questi ultimi a Nicolò D’Arcangelo. La chiesa della Madonna delle Grazie sorge in fondo al viale della parte nuova del paese; essa è menzionata per la prima volta nel 1671, nel resoconto di una visita fatta dal vescovo del tempo alla Parrocchia di Ari. Tale chiesa rimane intatta, anche se attualmente le decorazioni sono coperte da diverse mani di vernice. Oltre alla statua antica, si venerano anche una statua processionale di S. Maria delle Grazie e una di S. Filomena. Da allora il culto della Madonna delle Grazie è si è diffuso anche nelle località limitrofe e la festa, fissata alla terza domenica di settembre, è divenuta la principale del paese. Cento metri oltre S.M. delle Grazie troviamo il rudere della chiesa di San Giovanni, officiata fino ai primissimi anni del 1800 e documentata già nel 1200.

Sempre nel centro storico, possiamo visitare la chiesa di S. Rocco, un piccolo edificio, probabilmente ottocentesco, collocato in fondo alla valletta che separa il vecchio centro dal nuovo abitato. Un unico vano rettangolare, con abside, e con volta a botte. Attualmente è in fase di restauro, perché le fondazioni non sono sufficientemente solide e serie crepe si sono aperte sui muri e sulla volta. La statua che vi si venera è un’opera lignea di pregevole fattura, di epoca settecentesca; per tale motivo c’è da pensare che l’edificio attuale sorga su uno più antico. A circa 1 km dal centro, lungo la provinciale Ari-Filetto, troviamo la chiesa di S. Antonio. Essa è del 1858 (come documenta una scritta sulla volta), in semplice stile neoclassico, ad un’unica navata con soffitto a volta e abside poligonale; è preceduta da un portico a volta, sulla falsariga della Madonna delle Grazie. Presumibilmente, qui prima c’era un’edificio dedicato allo stesso Santo, o a S. Antonio Abate, come riferiscono documenti antichi.

All’interno si venerano diverse statue: S. Antonio (opera lignea degli artigiani di Ortisei), S. Lucia, S. Rocco e una pregevole tela di S. Antonio abate. La festa si celebra la terza domenica di luglio. Spostandoci in contrada San Pietro troviamo la chiesa di San Michele Arcangelo; precisamente sorge all’incrocio della via per Giuliano con la provinciale Filetto-Miglianico; lì il popolo di Ari andava incontro ai pellegrini che ritornavano, a piedi, da S. Nicola di Bari. La scelta è caduta sul santo Arcangelo perché i pellegrini aresi spesso raggiungevano anche il celebre Santuario garganico.

La costruzione è stata voluta, alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso, dagli abitanti della contrada, allora poverissimi, ed è stata inaugurata nel 1939. Le pietre necessarie per la costruzione sono state raccolte dalle donne nei campi e trasportate con i carri agricoli fino al cantiere della chiesa, che è venuta su con il lavoro gratuito della gente. La costruzione, di ridotte dimensioni, è ad un’unica navata, con volta a botte e abside rotonda. La statua è una imitazione in cartapesta del celebre dipinto di Carlo Dolci, venerato in S. Pietro. La festa si celebra l’8 maggio.

Sempre in contrada S. Pietro si trovano tracce della chiesa di S. Pietro in Campis: chiesa dell’omonimo monastero benedettino, che è stata abbattuta nel corso del 1700 perché pericolante. Oggi le sue fondazioni giacciono sotto l’area comune dell’abitato. Sarà, invece, prossimamente ricostruita l’edicola di S. Francesco da Paola, eretta negli anni ’30 e abbandonata negli anni ’70. Un piccolo gioiello architettonico, è invece la chiesa di S. Maria della Misericordia posta, quasi per “misericordia” sulla sommità di un dirupo
creatosi per una frana avvenuta nel 1940, che ha miracolosamente risparmiato la chiesetta. L’impianto è ottagonale, sormontato da un cupolino.

La chiesa è documentata nel 1661, assieme alla presenza di un eremita, che facilmente promosse la costruzione stessa. Sull’altare è collocata una tela di S. Maria della Misericordia, opera anonima ottocentesca; vi si venera anche una statua processionale, di origine recente. La festa ricorre il martedì dopo Pasqua. Sempre in contrada S. Maria, fu edificata S. Maria in Frasconara chiesa dell’omonimo monastero femminile; ma è scomparsa dopo il 1500.

La cappella della Madonna delle Grazie, in contrada Pianagrande è stata voluta, nel 2004, dagli abitanti della contrada, eretta a loro spese e con il contributo del Comune. L’edificio, poco più che un’edicola, è stato costruito su disegno, di un giovanissimo architetto locale, Gianluca Conte.

L’immagine venerata è un dipinto su ceramica invetriata, opera di una bottega di Rapino. La festa si celebra il 2 luglio ricordando Mario Amato, vittima del terrorismo nero.

I documenti storici a noi pervenuti ci parlano di altre chiese presenti nel territorio di Ari come quella di S. Bartolomeo, in contrada Turri, non più officiata dal 1500 e lentamente decaduta fino alla sua scomparsa; della chiesa di S. Giovanni Battista, di cui rimane un rudere in Contrada S. Antonio e della chiesa di S. Agostino, la cui ubicazione rimane finora sconosciuta.