Dagli Italici ai Nolli
Sancti Petri in loco qui dicitur Ari


Quest’area d’Abruzzo, posta ai confini tra le antiche popolazioni italiche dei Frentani e dei Marrucini, e poco distante dal territorio dei Carricini ad ovest, oltre ad essere tra le meno investigate dagli archeologi, ha avuto scarse citazioni nelle fonti classiche.
In tale contesto, pertanto, lo studio della toponomastica si pone tra i primi strumenti d’indagine per risalire alla storia remota delle popolazioni ivi stanziatesi. Ad esempio i nomi dei torrenti Dendalo e Venna accreditano l’ipotesi di un territorio abitato da tempi antichissimi, precedenti le invasioni dei popoli indoeuropei.
Il primo infatti, probabile duplicazione in diminutivo di Alento, rimanderebbe alla radice ent di origine mediterranea. Allo stato attuale della ricerca archeologica “ufficiale”, scarse sono le tracce di stanziamenti antichi, costituite da qualche resto di struttura muraria intercettato nelle campagne circostanti l’abitato. Dai dintorni del paese proviene una statuetta votiva in bronzo, trovata in località Grotte S. Giovanni e donata nel 1935 all’Antiquarium Teatinum, da Desiderato Scenna, insigne studioso di antichità locali. In uno stile definito all’epoca della scoperta “arcaico”, il bronzetto raffigura un personaggio maschile, vestito con un corto gonnellino, che reca nella mano destra un piatto. Si tratta di un devoto che, secondo una consuetudine diffusa almeno dal V secolo a.C. in poi, rappresentava se stesso come offerente, nell’atto cioè di rivolgere una preghiera o una richiesta alla divinità portando in cambio un dono, la ciotola appunto. La statuetta, che rientra in una vasta produzione caratteristica dei territori italici in epoca preromana e anche nei periodi successivi, è per ora l’unica traccia dell’esistenza di un luogo di culto, non sappiamo se monumentale o solo una piccola edicola, non dissimile da quelle con raffigurazioni cristiane che ancora oggi costellano le nostre campagne, a rassicurazione dei viandanti della presenza tutelare e vigile del divino.
Il ritrovamento di epigrafi in alfabeto osco fino al primo secolo a.C., rinvenute in aree limitrofe al territorio, confermano la forte resistenza alla latinizzazione, che trovò l’impulso decisivo solo dopo l’anno 48 d.C., con il completamento della via claudia valeria - l’odierna tiburtina- in territorio teatino.
Di tale romanizzazione, tracce vistose si colgono in una serie di località, tutte ai confini di Ari, indicanti il nome latino del possessore del praedium, Bucchianico, Miglianico, Giuliano. Lo stesso toponimo Ari, potrebbe secondo alcuni risalire al personale latino Ar(r)ius, tuttavia sembra preferibile ipotizzare una origine longobarda del nome, dal germanico Aro o Hari.
La prima notizia documentata sull’origine di Ari è dell’anno 870, quando tra le pertinenze della abbazia di Montecassino, si ricordava “sancti Petri in loco qui dicitur Ari”.
La tradizione contadina, ha sempre collegato il nome della contrada “S. Pietro” e quello di un’antica fonte detta “dei monaci”, alla presenza di un vecchio convento, localizzato da alcuni ruderi. Solo verso la metà degli anni 80, studi giuridici effettuati dall’Istituto di Storia del Diritto dell’Università di Teramo su antiche pergamene della diocesi teatina, hanno permesso, incidentalmente, di confermare l’effettiva presenza ad Ari del monastero di San Pietro in Campis e di tracciarne, in una tesi di laurea, i tratti storici essenziali.
Presumibilmente la storia della piccola comunità di Ari comincia proprio attorno al Convento, da cui trae sostentamento e protezione. Il cenobio, grazie a numerose donazioni di feudatari normanni, si è andato man mano ingrandendo, raggiungendo tra XI e XII secolo l’apice della sua crescita, con un oratorio, una biblioteca, ed una consistente proprietà di chiese, terreni e mulini nel circondario. Due bolle papali, di Alessandro III (1173) e di Innocenzo III (1208), che ne ribadiscono l’appartenenza alla diocesi teatina, ed una dell’imperatore Lotario, (1137), che ne conferma alcuni privilegi, sono dimostrative della importanza raggiunta a cavallo del periodo normanno-svevo.
Poi la decadenza e infine il definitivo abbandono della tra il 1400 ed il 1464 con la morte dell’ultimo cappellano e l’incorporamento alla mensa vescovile di Chieti. Oggi, del Convento, rimangono pochi resti delle strutture murarie, per lo più inglobate in costruzioni recenti.
Dal medioevo in poi le notizie di Ari sono tutte di carattere demografico e feudale. Dal XIII secolo, infatti, vediamo susseguirsi diversi feudatari, da Rinaldo de Aro, Guglielmo Carbone, Francesco della Torre fino ad arrivare, nel ‘500, ai Ramignani di Chieti, che, salvo qualche intermittenza, tennero la terra fino al 1918.
A Turri invece troviamo nel 1600 i Cilinis, poi i Valsecca, lancianesi di origine lombarda, poi i Frigerio, anch’essi lombardi che la conservano fino alla metà del settecento, quando passa agli aquilani Marchi. Dal 1600 l’area demaniale piantata a querce veniva utilizzata per il pascolo dei maiali neri, mentre è dalla fine del 1700, che accanto alle colture della vite e dell’olivo, del grano e del fico, compare la coltura del granodindia o granturco, che diventa una delle rendite predominanti. Invece solo nella metà dell’ottocento verrà introdotta la coltivazione della patata.
Nell’ottocento gli aresi cominciano ad acquisire i primi diritti sui feudatari, ma è in quel periodo che sorgono anche diatribe tra Ari e Turri, per futili motivi. Il paese è in fermento e gli eventi esterni spesso agiscono da deterrente per scatenare tumulti. Il paese risponde unanime al plebiscito sull’annessione delle tre province napoletane all’Italia unita, del 1860, e però si affianca in massa ai briganti, primo fra questi Nunziato Mecola di Arielli, per mettere a ferro e fuoco le case dei signorotti del paese. C’è uno strano mix di sentimenti monarchici e rivalsa contro i potenti, che anima quegli anni.
Nel novecento note personalità della cultura
trasformano il paese in una sorta di cenacolo artistico
e letterario. Ad esempio il barone Mario Nolli e
consorte, trasformano il palazzo in una sorta di
pensione anglo-italiana, invitando noti pittori inglesi
dell’epoca. Il Dottor Giuseppe D’Alessandro, ospitò
nella sua casa personalità come Gabriele D’Annunzio e
Pirandello. La seconda guerra mondiale rappresenta un
tragico momento per Ari, che con il crollo della chiesa
madre di San Salvatore e con la distruzione anche di
tutto l’archivio parrocchiale ivi custodito, vede
sparire una fetta importante della sua storia.